sabato 8 novembre 2008
martedì 28 ottobre 2008
ROBA MIA

Sapete, questo blog è nato per caso, è spuntato come un fungo nell'enorme distesa confusionaria di questa rete che è internet: una fonte inesauribile di informazioni, un abisso oscuro e sconosciuto, colonizzato da una cultura totale, da quella più oscena e idiota, a quella più eccelza e assolutamente intellettuale.
La mia passione di scrivere, il mio bisogno di battere sui tasti, lo strofinarmi gli occhi, o fissare il muro, alla ricerca di quel pensiero, nn sono e non devono essere ripagati da nessuno.
Queste righe sono una liberazione per me, come il primo respiro fuori dall'ufficio, arrivato il venerdi sera, sono la forza esplosiva che ti pulsa nelle vene, dopo una promozione, sono il Mario Egidi con le cuffie alle orecchie, o il Cristiano Palesini con il pallone tra i piedi, queste righe sono la sigaretta dopo il caffè o l'acqua dopo il solleone;
Questo blog nn è una parentesi comica, un teatrino per compiacere i naufraghi di internet, ne un work-shop del gossip, è ciò che è dentro la mia testa, giusto, sbagliato, comico, ridicolo, ma c'è, e mi piace mischiarlo con altri pensieri e riflessioni, mi piace indugiare su ciò che scrivete e catapultarmi nei miei ricordi, giocare con il mio futuro e massacrarmi il cervello su uno stupido blog,piuttosto che davanti ad una televisione.
Sinceramente non mi interessa chi condivide il mio strambo modo di pensare, che partorisce commenti (vedi l'ultimo), che farebbero ridere anche un bambino che ha appena scoperto l'inchiostro,nn mi interessa chi mi onorerà della sua presenza, ma sono sicuro che tra i tanti naufraghi di questo universo informatico, c'è chi rispetta lo spazio altrui, senza nascondersi dietro i satelliti dell'anonimato.
Proprio per questi energumeni misteriosi e nullafacenti, invito a solcare altre onde, lasciandomi libero, almeno in ciò che mi appartiene, libero di scivere NEL MIO SPAZIO, libero di screllare nel mio blog, insomma, libero....
sabato 11 ottobre 2008
PAPALE PAPALE

Forse mi davate per morto, forse per disperso, disteso in qualche vicolo anconetano, alla luce di un lampione, sotto effetto dei miei pensieri contorti, o forse mi davate per fidanzato, estasiato tra le braccia di qlc dolce e seducente diciottenne, con le converse viola e la felpa "Fornarina", o magari scappato lontano, in cerca del mio completamento, alla rincorsa del deterrente, della pozione, del siero contro la mia eterna incompletezza, ma invece sono ancora qua, a scrivere su questa pagina nera, che racconta di vita, cazzate e pensieri.
Proprio l'altra sera, mentre la musica librava leggera, e l'unica lampadina sopravvissuta nella mia camera, tirava gli ultimi sospiri, tra fogli ingialliti, vecchie multe e appunti inutili, ha fatto capolino una foto: il cielo era azzurro, come la mia età su quella foto, sullo sfondo c'era un campo di terra, e di seguito una chiesa.
C'era un bimbo nella foto, con un grande sorriso e degli altrettanto grandi occhiali, che se ne stavano appesi sulla punta del naso, pronti a saltare;
sopra una fronte spaziosa, si affacciava curioso un ciuffo riccio, più vicino ad un ammasso di lana che a capelli, sembrava un cartone animato quel bimbo, con la sua maglietta colorata, i suoi calzoncini corti e scoloriti dai divertimenti e quelle scarpe, bianche, anonime, senza importanza, solo un "copri piedi" per calciare il pallone.
Quel bimbo ero io.
Le mie giornate inizavano quando il campanello suonava: schizzavo in piedi come elettrizzato, prendevo i calzini oserei dire asfisianti che mettevo da una settimana, la prima maglia che mi capitava tra i binari, e le scarpe le infilavo saltellando, mentre gli occhi ancora erano chiusi.
Aprivo la porta e si spalancava innanzi a me la devastante spensieratezza, gioia e frenesia della mia età, ogni cosa mi sembrava in armonia con quel giorno, dalla mia bici appoggiata al muro, al muretto sporco dalle pallonate, alla polvere del campetto ed il suo odore di terra ed erba che nn scorderò mai.
Non c'erano orari, se non quelli dei miei, non c'era giorno e notte, se non per la luce ed il buio, non esistevano regole, se non quelle dei grandi, ma c'eravamo io e la mia innocenza.
Poi ad un tratto le cose si sono offuscate, la mia contea si è estesa oltre San Pio, l'orologio si è fatto avanti e con lui le regole, ho scoperto la frustrazione, la vergogna e la timidezza, ho conosciuto il rimanere senza parole, la gola secca e l'ansia, ho scoperto LE DONNE.
Mio Dio le donne, che terribili amabili boccioli in un sinistro giardino di ortiche, che fasci di luce bianca, tra le grigie nuvole di un cielo di Novembre, non solo decidono la fine della nostra celestiale infanzia, ma fischiano anche il termine della nostra età più bella, quando i tuoi pilastri, le tue colonne, sono gli amici, le pippe e le birre,;
noi, poveri illusi di essere il sesso forte, che ci crogioliamo e ci vendiamo come i duri, quelli che rimangono intrappolati nelle loro tele di lenzuola e carezze, avvelenati dal loro dolce siero di piacere, schiavi delle loro labbra e padroni solo di un inutile violenza, scaviamo le nostre fosse e ci seppelliamo da soli, ma con il sorriso sulle labbra.
Dove sono tutti ora? Dov è quel gruppo di sgallettati dalle scarpe slacciate e le fronti gocciolanti di sudore? Ora, se mi stacco da questa foto, e torno alla luce della mia lampadina, li vedo tutti, uguali ad allora, ma con venti cm in più, e magari con una folta barba, ma sono sempre loro, sui loro passi e nelle loro smorfie, nelle esclamazioni e nei sorrisi, e mentre stringono le mani delle loro dee, delle loro mue ispiratrici e mappe verso il futuro, non c'è posto per nessun'altro, neanche per amico....
La cosa più cruda e vera, e che probabilmente l'incantesimo scenderà anche su di me, e probabilmente sarò felice di sacrificare quella che è l'amicizia oggi, per l'amore domani.
Ma quanto sono romantico????
martedì 19 agosto 2008
LAPEDONA HERE WE COME (oggi sposi)

"L'amore si può medicare, comprare, regalare, si può trovarlo per caso sulla strada, ma non si può estorcere...", questo scriveva Hermanne Hesse, in Siddharta.
Questo scritto, mi è balenato in mente, seccandomi la bocca, mentre stringevo la cravatta all'entrata della chiesa, mentre sinuose figure femminili, nei loro vestiti di sfoglia, mi sfilavano accanto, le cravatte si stendevano prepotenti sotto giovani visi un pò imbarazzati....
Vedere i miei compagni di merende, sempre in tenuta bermuda ed infradito, ed ora tramutati in lord inglesi proprio mi scombussolava;
mentre nella mia testa, divampavano gli incendi, suonavano sirene, ululavano i clacson e fischiavano le gomme, nel trambusto della confusione interiore, è bastato un passo oltre quel ramo per scorgere il dolce sposino, e tutto è tornato quieto.
Ora che l'avevo di fronte, mi sentivo più calmo; tutta l'attesa per questo matrimonio, aveva scaturito una paura mistica, una sorta di cerimonia oscura: dové'è Diego? Dove l'avete rinchiuso? Dopo i vostri giochetti, sarà ancora lo stesso che segnerà da fuori area o offenderà pesantemente arbitri su arbitri? Sarà sempre quello che ti cingerà le spalle quando avrai i tuoi momenti di sconforto?
Questi sono stati i pensieri da celebro leso che mi hanno violentato mentre sfilavo nel mio completo bianco, ma poi abbracciarlo, sentire i suoi muscoli tesi come corde di violino, e vedere i suoi occhi stanchi ma di una felicità folle, mi ha fatto tornare con i piedi per terra, anche se ancora barcollante.
In chiesa si respirava una strana atmosfera: un miscuglio di commozione, frenesia, affetto e gioia, vagava per i banconi, strisciava sui volti e li segnava con espressioni fisse e concentrate, maschere a tratti sorridenti a tratti serie, tutto era fermo, eppure tutto si scuoteva....
Poi, ad un tratto, i bisbigli si sono soffocati, le scarpe hanno smesso di tacchettare, e la chiesetta si è fatta più luminosa: anche il fruscio dei rami si è affievolito, stendendo tutto il silenzio di un dolce pomeriggio estivo, come tappeto rosso all'entrata della sposa: sembra un luogo comune dire che era bellissima, ma da inesperto sbarbatello di matrimoni, posso assicurarvi che la sua immagine, è stata un abbaglio per tutti: la sua espressione era un sole d'Africa, che nasceva all'alba di un amore con l'anello al dito, il suo vestito l' avvolgeva di luce, prorompente di eleganza classica, e stra bordante di giovane euforia, lo strascico candido si trascinava dietro i suoi piedi, insieme a tutti gli occhi dei presenti.
Nella mia ignoranza di fringuello ancora non alfabetizzato all'amore, reduce solo di qualche storia dal sapore acerbo, o notte dalle rosse passioni, o meglio ancora, costantemente ammaliato dal tocco dell'inesauribile FEDERICA, mi sentivo come un inetto tra i dotti, mentre intorno l'orchestra di singhiozzi e soffiate di naso era iniziato, a spezzare il rumore dei passi della sposa.
E' bastata un immagine per farmi tornare di nuovo in me: ho visto lo sposo e la sposa, le loro spalle e le loro sagome scure di fronte alla santità dell'altare, due giganti tra mille formiche, ho visto un padre trattenere a stento le lacrime, guardingo e geloso dei suoi tesori, fiero e felice di un figlio tremulo sull'altare, e della sua sposa, dolce e gentile, capace di rapirlo ad ogni sguardo.
Mi è bastato questo per farmi alzare gli occhi e prostrarmi davanti alla grandezza di divenire una cosa sola, tuffarsi l'uno dentro l'altra, continuando il cammino in una regione remota, lontana dalle ingiurie e dalle ingiustizie, dalle bugie e dai nascondini, vivendo solo dei frutti dei vostri sorrisi e delle vostre carezze.
A Serena, una conoscenza acerba che spero possa maturare, gentile, forte e dolce, ed ad un vecchio amico, Diego, che ricordo ancora con una capanna di capelli biondi ossigenati in testa, e ritrovo con l'abito elegante e gli occhi lucidi.
Felici ed innamorati....tutta la vita...
mercoledì 30 luglio 2008
CHIRURGIA GENERALE, letto 11

Questa è una storia, o meglio un esperienza, che senza dubbio alcuno, passerà tra le sabbie delle vostre menti, talmente veloce e sfuggente, che non lascerà traccia, se non partorendo un debole sorriso, o un sospiro annoiato.
Luci, luci, luci, come acqua negli occhi, sfilavano veloci davanti a me, il cigolio sinistro delle rotelle, si sposava perfettamente con il mio sobbalzare, mi sembrava di essere in uno stato di dormiveglia, una culla adagiata su un otto volante, correva veloce il siero del divin sollievo nelle vene, nei tessuti e nelle viscere, brindava, festeggiando ad una festa inibitoria, i miei sensi;
luci, sobbalzi, luci, carezze, luci, cigolii, luci, bisbigli....ombra e silenzio:
benvenuti nel reparto di chirurgia generale, stanza 11.....
L'aria era cambiata, un odore aspro e forte, varichina.., o forse antisettico.., no forse più sapone, un'essenza violenta al naso, le labbra mimavano parole, e le mani stringevano il lenzuolo... poi buio.
La luce di una timida alba, scivolava sui vetri, un sottofondo lieve, come di aria uscita da un compressore, cantava monotona, tutto era piatto, mentre aprivo le palpebre.
Davanti a me un anziano, sprofondato su una miriade di cuscini, curvo e nell'ombra, come un fanciullo nel suo nascondiglio in soffitta, potevo sentire il suo respiro affannoso e profondo, interrotto da colpi di tosse, simili a ruggiti, cori gravi, che venivano dalle viscere, grida folli, maledizione da tabacco.
Quella figura antica e quasi misteriosa, era FRANCESCO, grande compagno e maestro, il cicerone zoppicante ma forte, della mia permanenza non proprio di piacere, in un posto che mi aveva sempre conosciuto come visitatore, e mai come ospite.
Mentre andavo al suo cospetto, come un suddito al suo re, mi fissava attento, dal suo trono di lenzuola e sudore, buffo e muto: era pallido in viso, le sue rughe, ed i solchi sul suo volto, parlavano di antichi viaggi e lunghe rotte, quando il suo sguardo si ergeva all'orizzonte, abbracciando i mari di tutto il mondo.
Era buffo, con i suoi capelli di seta bianca, alti sulla testa, testimoni di conoscenza e stanchezza, non uno sguardo stanco e provato da anni di salsedine, pianti e risate, ma un espressione viva e sorprendentemente vorace di vita.
Ciò che era più scioccante, in un corpo adagiato e curvo sui suoi anni, erano i suoi occhi: ti fissava affamato e sveglio, ti gettava in quei scuri pozzi saturi di vita, dove trovavi ancora il bambino, la sua innocenza e la sua ingenuità, il riflesso delle loro acque scure, era la preghiera di chi ancora ha voglia di vivere, anche se con duri compromessi.
Vedevo Francesco e la sua dolce vecchia, tenera metà, dopo 65 anni di matrimonio, che ancora rimanevano a fissarsi negli occhi, ancora erano decisi a non perdere un attimo, un solo attimo, prima che la favola finisca, prima che il saggio libro delle loro storia, si chiuda con un tonfo;
mi ha sorpreso, quando, dopo averlo conosciuto, incatenato da tubi e mascherina, l'ho ritrovato il giorno dopo, seduto come un papa, mentre baciava i nipoti, ed anche se ancora non trovava la forza per le parole, i suoi occhi gridavano amore, un amore da fare male;
mi ha fatto sorridere Francesco, con le sue sfuriate da palcoscenico, le sue visioni da anestetico, e le sue scenate forti e violente, conseguenza di quelle ore, dentro una sala operatoria;
mi ha fatto piangere Francesco, nel cuore della notte, una notte che dentro quelle camere sembrava ancor più nera, con le sue grida rabbiose, il rumore delle sbarre agitate dai suoi pugni ancora forti, come un martire agonizzante, potevo sentire o lo sforzo spastico dei suoi muscoli ed il suo contorcersi tra le lenzuola, mentre tutt'intorno era silenzio.
Voi direte quale è il senso di questo scritto, se c'è un senso, mi chiederete quale altra strana patologia, abbia banchettato con le mie cellule, e invece no....
Non chiedetemi il senso, le sue parole, la sua infinita giovinezza e voglia di vivere mi hanno scioccato, hanno travolto le mie paranoie da ingenuo giovincello, hanno schiacciato le mie inutili insofferenze ed i miei acerbi malesseri, perchè di tanto in tanto, noi, gli astri nascenti di una società in decadenza, dobbiamo riscoprire quanto bello sia vivere.
Felice di essere stato 5 giorni in una camera di ospedale, chirurgia generale, letto 11.
Grazie mio caro direttore sala macchine.
giovedì 17 luglio 2008
VU' CUMPRA'?: scuola di vita

Mi chiamo Joan, sono senegalese, e vivo da un anno in un piccolo paese al confine tra Marche ed Abruzzo di nome Martinsicuro.
La mia professione è quella di vendere tappeti e all'occorrenza anche cd ai bagnanti, detto in italiano, sono un "Vu cumprà".....
Passo le mie giornate schiacciato tra il sole violento e la sabbia arroventata, mentre i 10 kg di tappeti addormentati sulla mia spalla, mi fanno compagnia, coi i loro colori sgargianti ed il loro odore, che mi ricorda la mia terra.
Anche se le mie gambe tremano e la mia pelle scotta, ho sempre un sorriso per tutti, mi piace toccare le persone, stringere la mano, e parlare con loro, non per forza di occhiali da sole o tappeti, ma di vita; mi piace guardarmi intorno, osservare ed apprendere da questo paese, tanto tanto avanti, e tanto tanto indietro.
Quando arrivano le nove di sera, dopo circa 12 ore di camminata, ci si ritrova tutti e si scherza, senza pensare alla giornata, la gambe non tremano più, l'aria è fresca ed i miei tappeti volano sulla sabbia, mentre un pallone ci rotola tra le gambe.
Quando arriva la sera, e ci raduniamo per i conti sulla giornata, mi piace tornare con la mente a un 2 anni fa, quando mi svegliavo con mia moglie accanto, mentre i nostri 2 bambini ci correvano intorno; ricordo il rumore dei sassi sotto i piedi la mattina quando uscivo per lavorare, ed il loro piacevole solletico, ricordo i visi dei miei figli, costantemente sporchi di polvere bianca, appassionati di pallone....come il papà; ricordo quella sera, in cui ho promesso a mia moglie, che sarei partito, e che ogni goccia del mio sudore, sarebbe stato pane da riportare alla mia famiglia.
Mi chiamo xxx, lavoro come vigile urbano, ed il mio mestiere, è quello di mantenere l'ordine della città.
Giro in pantofole a casa e quando non sono in servizio, mi dedico a lunghe passeggiate al mare, ma la mattina, quando indosso la mia divisa ed il mio beretto, non ce n è piu per nessuno.
Oltre che girovagare per ore con la bici, parlare del più e del meno con qualche anziano, e fermare di tanto in tanto il traffico, per far passare un passegino, mi piace rincorrere i neri, per le vie, mentre trascinano i loro sacchi, seminando ferraglia per le strade.
Mi guardano con quegli occhi cosi innocenti, e tremano sotto il mio sguardo, cercando un pò di compassione, che io non ho, ed a me piace.
L'altra mattina, mi sono sentito molto utile per la mia città, mentre gattonavo tra i lettini sotto il sole di mezzogiorno, inseguendo un nero sulla spiaggia: o fatto più di 2 km, balzando di chalet in chalet, con la divisa tutta bagnata di sudore, le scarpe piene di sabbia, ed una rabbia inspiegabile.
Dopo due ore e mezza di estenuante inseguimento, finalmente ho terminato il mio lavoro: nel sacco aveva 20 paia di occhiali da sole e 2 paia di scarpe:
TUTTO è BENE CIò CHE FINISCE BENE.
PS: "Amore, per i soldi dovrai aspettare un altro mese, arrangiati con le spese di casa, cerca di far mangiare i bambini...mi hanno beccato..."
PPS: "Amore, ricordi i cd che mi avevi chiesto? Te l ho appogiati vicino al tel..."
E mentre voi giocate a guardia e ladri con chi muore di fame, la città vi guarda ed esulta delle vostre sventure.....rifletteteci.
lunedì 30 giugno 2008
LA MIA AFRICA

La mia Africa, non è quella bagnata da acque limpide ed accecanti, non è quella delle danze intorno al fuoco e dei bonghi incalzanti, ne quella dell'innocenza fanciullesca che sorride all'obbiettivo, sono lontani i tramonti interminabili della savana, e l'assordante scroscio della pioggia sulla terra arida e polverosa.
Qui, in questo angolo di cemento, nella penombra mattutina della mia stanza, inizia il dramma giornaliero....
Il piacere di svegliarsi, in un lago di sudore, cosparso di bostik, che ti incolla il lenzuolo alla schiena, è una sensazione che non auguro a nessuno; seguire minuziosamente con il pensiero, la goccia che coraggiosa sta scendendo lungo la schiena poi, è qualcosa di fenomenale.
Appena ti rendi conto di essere ancora vivo, fai il primo dei pochi respiri che ti sono concessi lungo questa fresca giornata, scoprendo quel dolce sentore sprigionato da 3 corpi seminudi, martiri di una notte tropicale: quell'odore scivola sulle pareti delle narici, cercando subito lo stomaco.
Il modo migliore per rendere l'idea su questa inebriante ispirazione, potrebbe essere l'invito ad entrare in una rimessa di conigli, con il loro fetore contenuto, ma mai sfacciato come quello suino.
Mentre sei invischiato e schiavo, della poltiglia di afa che satura l'aria, ti siedi sul letto, rendendoti conto di avere un radura arida e polverosa al posto della lingua: asciugandoti invano la fronte, scorgi su comodino, l'oasi felice: l'acqua.
Boccheggiando allunghi la mano, e con un tuffo al cuore, ti immedesimi estasiato, in ogni particella che attraversa il tuo esofago, aspettando il gelo, che riporta vita, nel tuo corpo ormai disidratato; il tempo della prima sorsata, ed ecco di gran carriera la prima bestemmia in costume della giornata, scoprendo di aver appena degludito acqua sulfurea...
Barcollando, ti lanci nella doccia, ed una volta uscito, le fontanelle ascellari, ricominceranno a zampillare, dopo 9, 10 passi circa.
La mia Africa, mi accoglie con le sue strade che tremolano sotto il sole, i suoi rumori ed il suo caldo che ti stringe al collo, mentre lotto ad ogni movimento, nuotando nell'aria pesante e viscosa nella quale sono immerso.
In questo trionfo di sudore e fetori, faccio gli auguri a due colonne della mia fragile impalcatura caratteriale, due cicloni, capaci di trasformarsi all'occorrenza in gentili brezze estive, due tasselli perfetti, a completare il puzzle cornice della mia vita, 2 menti di universi lontani l'uno dall'altro, ma non inquinati da falsi curriculum, sempre più in voga.
AUGURI A DUE AMICI, AUGURI A DUE FRATELLI....
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